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Il più
bel paesaggio dell'entroterra siciliano
La
maggior parte della superficie di questo territorio, che circonda
il lago Pozzillo, è zona boschiva, di natura fortemente
collinosa che influisce negativamente sulla scarsa densità
della popolazione, determinando vaste zone non popolate oppure
paesaggio naturale abitato, solo temporaneamente, da qualche
vecchio proprietario terriero che cura i propri interessi. E'
uno dei tanti luoghi che sorprendono il visitatore per l'insolito
paesaggio. Infatti questo è un sito di incomparabile
bellezza naturalistica. Qui si concentrano, su uno spazio limitato,
i centri abitati di Agira, Gagliano e Regalbuto.
Data la sua collocazione nel cuore della Sicilia, la zona del
lago Pozzillo si trova da un punto di vista climatico in una
posizione intermedia tra le zone costiere, poste sotto l'influenza
diretta del mare e quelle interne ricche di pendii a terrazze
esposte al sole e vallate. Esso raccoglie in sé tutte
le acque del fiume Salso. In inverno, quando la concentrazione
delle acque è maggiore, l'invaso, il più grande
della Sicilia, viene riempito totalmente. La mano dell'uomo
e la cornice dello sfondo del vulcano Etna, perennemente innevato
fino a primavera inoltrata, è riuscita a generare questo
capriccio della natura, infatti si ha l'idea di una notevole
somiglianza con il Canada. Anche un isolotto fa pensare a quelle
terre lontane. E quasi per avvalorare quest'impressione, sotto
le pendici del monte Teja, dove sorge l'antichissima Agira,
un cimitero di soldati canadesi, caduti durante la Seconda Guerra
Mondiale, vigila, perenne, da una maestosa collina e dalla quale
sovrasta, sulle stupende ed incontaminate risorse naturali ed
antropiche di questo contesto territoriale del Bacino idrografico
dell' "Alta Valle del Salso Cimarosa" e sul, non meno
suggestivo, panorama prodotto dalle scultoree pendici dell'Etna.
Ma i colori alterni delle stagioni, che qui sono più
evidenti per il loro repentino cambiamento, in estate ci riportano
il giallo del grano. Esso, ovviamente, ci riconduce al centro
della Sicilia, in una parte dell'Ennese, al limitare di Nebrodi
ed Erei, proiettata verso la fertile piana di Catania. L'estensione
del lago, insolita da queste parti, sorprende qualunque isolano
ignaro della sua esistenza.
Un
bacino artificiale che ha una capacità massima di 140
milioni di metri cubi, ma che oscilla tra periodi di magra e
di piena come se un metronomo dettasse i tempi delle stagioni.
Uno sbarramento completato nel 1959, che ha cambiato anche l'idea
dei siciliani dell' entroterra su terra e acqua. Pochi altri
centri dell'interno dell'isola, sono così vicini ad un
lago.
Agira:
storia, miti, leggende
L'antica Agira, comune di circa novemila abitanti, sorge sul
Monte Teja (o Teca), a 824 metri d'altitudine. La sua vetta
ha il suo epicentro in un area che comprende il fiume Salso
Cimarosa, l'antico Kiamosoros, (il quale, formato dall'unione
dei fiumi di Sperlinga, Nicosia e Gagliano, si riverssa nella
diga Pozzillo, per sfociare nel fiume Simeto), le valli del
Dittaino e la parte occidentale della piana di Catania, a 38
chilometri da Enna e 63 da Catania. E' posta nella parte centro
orientale dell'isola e confina a nord con Gagliano Castelferrato,
a sud con Ramacca e Castel di Judica, ad est con Regalbuto ed
ad ovest con Assoro, Nissoria e Nicosia
Le sue origini, tra mitologia (si narra che Ercole abbia ricevuto
per la prima volta onori divini proprio ad Agira) e ricerca
storiografica (recenti studi archeologici hanno portato in luce
tracce di insediamenti umani risalenti al Paleolitico Superiore),
si perdono nella preistoria.
Le prime notizie storiche su Agira risalgono al VI secolo a.C.
Nel quinto secolo a.C. doveva già essere potente, se
la sua zecca coniava monete in bronzo. Nel quarto secolo a.C.
il tiranno Agyris, sotto il quale la città contava più
di ventimila abitanti, dominava sulle città e le fortificazioni
circostanti. Agira fu potente alleata di Dioniso nella guerra
dei Siracusani contro i Cartaginesi di Magone.
Diodoro Siculo, a cui la città diede i natali, racconta
che Agira al tempo di Timoleonte era una città ricca,
con un teatro, per grandezza e bellezza secondo soltanto a quello
di Siracusa, magnifici templi e una grande e animata agorà.
Doveva certamente essere una città ricca ancora al tempo
dei Romani, se Cicerone nelle Verrine la inserisce nel novero
delle opulente città siciliane, oggetto dell' insaziabile
cupidigia e delle sistematiche ruberie del governatore Verre.
A partire dall'epoca bizantina la storia di Agira si identifica
sempre più spesso con quella del grande monastero che
San Filippo, monacobasilianoproveniente dalla Siria e oggi veneratissimo
protettore della città, vi fondò tra il VII e
l'VIII secolo. Il monastero, che da lui prese il nome, fu a
quell' epoca uno dei centri spirituali, e forse anche culturali,
più importanti della Sicilia e della Calabria. Sotto
la spinta della conquista araba, però, esso perse molto
del suo prestigio e fu quasi abbandonato, fino a quando, nell'XI
secolo, non vi si insediarono i Benedettini.
Sotto i Benedettini il cenobio rinacque a nuovo splendore e
a nuova potenza, tanto che nel 1187, dopo la conquista di Gerusalemme
da parte degli Arabi e la chiusura dell'abbazia di Santa Maria
Latina, il ruolo di preminenza che essa esercitava venne affidato
al priorato di San Filippo, che, elevato al rango di abbazia
e messo a capo dei monasteri siciliani che dipendevano dalla
comunità gerosolimitana, ne ereditò anche il nome
prestigioso. Da allora, infatti, il monastero agirino venne
chianiato Abbazia di Santa Maria Latina.
Le alterne vicende di Agira nei secoli che seguirono si intersecano
con le alterne fortune dei popoli che si contesero la Sicilia
e ne fecero terra di conquista e teatro di guerre. I Normanni,
che la liberarono dalla dominazione araba, gli Svevi, al tempo
dei quali probabilmente venne costruito il castello i cui ruderi
dominano ancora il panorama agirino e che concessero alla città
il titolo di urbs integra, gli Angioini, gli Aragonesi, e infine
gli Spagnoli, vengono ricordati per la munificenza di qualche
privilegio concesso alla città o a poche famiglie di
notabili, ma anche per l' esosità delle loro tasse, alle
quali ad ogni nuova occupazione puntualmente veniva assoggettata
la popolazione. Agira in quel periodo fu alternativamente città
feudale e città demaniale; nel 1398 fu inserita nel ristretto
gruppo delle città appartenenti alla Camera Reginale,
e addirittura da Carlo V, nel 1537, ma dietro pagamento di un
forzoso donativo di 15.000 fiorini, ottenne il diritto di mero
e misto imperio, cioè il diritto di amministrare la giustizia,
e soprattutto la solenne promessa che non sarebbe stata mai
più ridotta allo stato feudale. Tanto solenne (e cara)
promessa non impedì comunque a Filippo IV, per impinguare
il proprio erario, di cederla nel 1625 a tre ricchi mercanti
genovesi. La città trovò in qualche modo le risorse
necessarie per affrancarsi dall'umiliante condizione e riuscì
a mettere assieme i 38.000 scudi d'oro necessari al riscatto.
Di fatto, però, l'evento segnò l'inizio di un
lento declino, oltre che economico, anche demografico.
All'epoca dei Borbone la vita della città fu dominata
da poche famiglie definite "le primarie e più invulnerabili",
pronte comunque a schierarsi dalla parte del nuovo padrone,
sotto la spinta dei moti per l'unificazione del Regno d'Italia.
Nei primi decenni di questo secolo la città contava più
di venticinquemila abitanti. L'economia si reggeva sull' agricoltura,
le miniere di zolfo, la lavorazione della creta, arte nella
quale i vasai di Agira erano insuperabili maestri in tutto il
circondario, e su un artigianato molto fiorente.
Oggi, a seguito della crisi dell'agricoltura e dell'artigianato
degli anni cinquanta e della totale chiusura delle miniere e
delle botteghe dei vasai, la popolazione si è ridotta
ad appena un terzo.
Agira si presenta al visitatore come una bella cittadina tranquilla,
con le sue case abbarbicate le une alle altre, un impianto viario
e una struttura urbanistica chiaramente riconducibili agli Arabi
(ancora discretamente conservato il quartiere delle Rocche di
San Pietro), e le sue bellis- sime e numerose chiese, alcune
risalenti all'epoca dei Normanni, e in gran parte ricostruite
con gusto barocco dopo il terremoto del 1693, i suoi antichi
monasteri, tra i quali quello di Sant' Agostino dei Padri Eremitani
Agostiniani e il convento, recentemente restaurato, di S. Maria
della Raccomandata, e infine gli indescrivibili panorami che
si possono godere dalla scenografica Piazza Roma, dal belvedere
della Torre di S. Nicola, e dal Castello, in giro d'orizzonte
che va dall'Etna ai laghi Pozzillo e della Sciaguana, dalla
Piana di Catania alle Madonie e ai Nebrodi.
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